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Il coraggio dei giorni grigi

Come recita semplicemente ma efficacemente il sottotitolo, il libro null’altro è se non la vita di Giorgio Agosti.
Il dipanarsi dei vari capitoli non è ossequiosamente obbediente allo sviluppo della vita di Agosti. Il libro infatti parte dal momento centrale della vita di Agosti (e oserei dire dell’Italia tutta): 25 aprile 1945. Allorquando Agosti, dopo venti mesi di resistenza con momenti anche decisamente avventurosi, viene nominato primo questore di Torino dell’Italia liberata.

Categoria:

Dettagli del libro

Titolo

Il coraggio dei giorni grigi

Autore

Paolo Borgna

Editore

Editori Laterza

Pagine

209

Autore

Paolo Borgna

Paolo Borgna nasce ad Alba nel 1955. Dopo una breve esperienza come avvocato nella cittadina del cuneese, diventa magistrato al Tribunale di Torino, dove tuttora lavora. Nella sua attività professionale si è occupato particolarmente di tratta degli esseri umani e di legislazione sull’immigrazione.
Ha curato il libro Il mite giacobino di Alessandro Galante Garrone (Donzelli 1994) ed è autore, con Margherita Cassano di Il giudice e il Principe (Donzelli 1997). Ha inoltre pubblicato per Laterza Il giudice e i suoi limiti (con Marcello Maddalena, 2003), Un paese migliore. Vita di Alessandro Galante Garrone (2006), Clandestinità (e altri errori di destra e di sinistra) (2011), Difesa degli avvocati scritta da un pubblico accusatore (2014).

Giorgio Agosti: il coraggio di un uomo in una Italia che non c’è 

“Ma cosa diavolo fa  un questore ?”
Questa, non senza massicce dosi di ironia , e’ la domanda che il neo questore di Torino Giorgio Agosti,  pone il 28 aprile 1945  ai suoi collaboratori e soprattutto a se stesso .

 

In questa frase c’è tutto il taglio che Paolo Borgna ha inteso dare alla biografia di Agosti. Vale a dire una riuscita mescolanza tra l’intellettuale e l’uomo d’azione, tra il partigiano ed il servitore dello Stato super partes, tra l’Agosti pubblico e quello privato. Tutti temi questi che vengono sapientemente intrecciati con le diverse fasi della storia del nostro paese dagli anni ’30 al ’68, vissuto quest’ultimo soprattutto attraverso l’esperienza dei figli.

L’interesse principe del libro sta proprio qui. Nel saper fare di una vita, interessante e variegata come quella di Agosti, una pietra angolare che ci aiuti a riflettere su molti temi politici, sociali, culturali, storici della società italiana in una fase particolarmente cruciale quale quella della guerra, la caduta del fascismo ed il susseguente dopoguerra.

Tra i molti spunti che ci vengono sottoposti da Borgna con questa biografia, uno mi pare, storicamente parlando, emerga sugli altri. Un argomento oggetto di rilevanti studi e pubblicistica ma, ritengo, mai sufficientemente analizzato e spiegato.

Sto parlando della enorme discrasia tra il ruolo, non importante bensì fondamentale, avuto dall’azionismo nella resistenza e nella primissima ricostruzione del Paese ed il sostanziale, grande, fragoroso fallimento cui quella corrente è andata incontro nella vita politica “normale” italiana. Più che fallimento si dovrebbe addirittura parlare di aborto, non essendo mai l’azionismo assurto a livelli decorosi di rappresentanza politica ed elettorale.

Borgna, o per meglio dire la vita di Agosti raccontata da Borgna, incentra su questo una parte importante del libro. Cogliendo appunto, grazie agli scritti ai pensieri ed alle azioni di Agosti, tutti i momenti nei quali questa incapacità a rappresentare un pezzo rilevante di Italia si è mostrata, dipanata, evidenziata.

Le ragioni ed i passaggi di ciò sono molti.

La ingombrante presenza, ad esempio, dei partiti di massa, meglio in grado di intercettare gli umori popolari e di proporre soluzioni semplici (a volte ai limiti del semplicismo) facendo leva sul carattere “fideistico” delle adesioni al loro messaggio.

L’incapacità dell’azionismo di saldare un ferreo senso del dovere con la necessità di utilizzare la politica non solo per proporre ed attuare il “giusto”, ma anche per cercare di risolvere i problemi della gente e, quindi, di saper parlare non solo all’intelletto ma anche al cuore, all’anima ed alla pancia della popolazione.

Ed è proprio questo senso del dovere, questo smisurato spirito di servizio, questo calvinismo assoluto che ritengo siano alla base di una ulteriore difficoltà dell’azionismo.

Opporsi al fascismo è, per gli intellettuali azionisti, un dovere. Ineludibile.

Questa è, prima ancora che una posizione politica, una questione culturale, civile, logica, quasi genetica.

Le radici liberali dell’azionismo hanno determinato una grande attenzione al modo della pratica politica. Non a caso Agosti ed i suoi amici, inizialmente nel chiuso delle loro università e dei loro circoli “bene”, ironizzano e sbeffeggiano i toni della politica fascista: le adunate retoriche, le urla sguaiate, le canzonacce e tutto quel repertorio di volgarità e rozzezza messo in campo dal fascismo, soprattutto nella sua dimensione squadristica. Producendo quindi quello che viene definito un “antifascismo di stile” e di gusti, prepolitico, con una buona dose di elitarismo.

Nonostante questo la “gioventù solitaria” di Agosti e di altri sceglie, quando la fase storica lo richiede, di impegnarsi attivamente. Ritenendolo, appunto, un “dovere”.

Ciò determina però come conseguenza che l’atteggiamento che ha portato donne e uomini a rischiare la propria vita in nome di un grandissimo spirito di servizio, conclusasi la fase “eroica”, muta radicalmente.

Le personalità più significative del movimento azionista si ritirano istintivamente, anche se in tempi e modi diversi, nel proprio “particulare”. Lo stesso Agosti dà un significato del genere alle proprie dimissioni da questore di Torino. Certo le politiche di Scelba lo turbano, certo la pressione dei comunisti lo imbarazza, certo l’allontanarsi dello spirito della resistenza lo affatica. Nonostante la importante presenza di questi elementi “esterni” emerge indiscutibilmente una molla “interna”.

Dunque la fase storica che necessitava del loro intervento si è esaurita. Finita. Conclusa. Quindi, singolarmente, ognuno per conto suo, in modo discorde, si torna a casa. Da un lato con la voglia di ritrovare ambienti, anche familiari ed affettivi, più congeniali e dall’altro in parte infastiditi (disgustati?) dalle pieghe che l’orizzonte politico italiano sta prendendo.

Emerge pertanto una “alterità” rispetto al confronto politico che non è certo nuova. Che anzi ha caratterizzato le loro collocazioni sin dall‘inizio del loro impegno civile. Una estranea diversità.

In sostanza è come se i vari Agosti e compagni, passata l’epoca drammatica dell’impegno come dovere, non avessero più “voglia” di mischiare le loro personalità ed intelligenze con le bassezze e le brutture della politica quotidiana.

Ho bisogno di essere io, di respirare coi miei polmoni, di non chiudermi in nessun convento, di non fare i conti con nessuna restrizione mentale e, se questo diminuirà la mia forza politica, non m’importa”.

Così scrive Agosti dopo essersi dimesso da questore e di fronte alle difficoltà, per lui e per i compagni azionisti, di trovare una idonea collocazione politica.

Mirabile l’attenzione con cui Borgna dosa l’Agosti pubblico e quello privato. Anche se, a ben osservare, non esiste una vera e propria delimitazione netta tra le due sfere della vita. Infatti gli amici affettivamente più vicini sono gli stessi con i quali si sono maturate le scelte politiche e di vita più importanti. Viceversa i familiari (genitori, la moglie stessa) non sono assolutamente estranei (anzi…) rispetto alla dimensione pubblica ed “eroica” di Agosti.

Molto interessante lo spazio che l’autore riserva alle “capacità” dell’intellettuale torinese.

Non solo le bene note capacità di elaborazione teorica e di analisi politiche e di studio dei fenomeni, quanto la predisposizione organizzativa e dirigenziale.

Nella sua vita Agosti ha fatto lo studente, il magistrato, il comandante partigiano, il questore, il capo del personale della SIP. Sempre ed ovunque con ottimi risultati.

Da magistrato ha svolto ottimamente il suo compito in una difficile epoca di completa fascistizzazione dello stato. Quando era partigiano ha governato la complessa macchina organizzativa di GL in Piemonte: ha rubato armi e organizzato assalti, procurato cibo e raccolto informazioni, assicurato un minimo di giustizia e fatto avere biancheria intima.

Da capo del personale SIP ha abbozzato un percorso di coinvolgimento delle maestranze al processo produttivo sulla scia di una imprenditoria piemontese che ha visto in Olivetti il proprio faro.

Ma è con la sua opera di questore che Agosti ha costruito il suo “capolavoro”.

Il 28 aprile 1945 Giorgio Agosti negli uffici della questura torinese mentre i cecchini fascisti sono ancora all’opera e l’esercito alleato è segnalato nelle vicinanze ma non nella città. In questura manca tutto: armi, arredi, attrezzature, auto, telefoni. E mancano i poliziotti.

Agosti si accinge ad una impresa che pare impossibile. Ricostruire la polizia portando a cooperare le forse partigiane che vengono integrate nel corpo ed i “vecchi” funzionari spesso collusi o contigui con il fascismo. Lui ci riuscirà. Coniugando capacità organizzative e prestigio personale che non esita a spendere per metterlo al servizio della buona riuscita del compito che gli è stato affidato.

Questo riassume l’intero senso del saggio propostoci da Borgna.

La sua opera da questore e la sua intera vita ben rappresentano l’intera vicenda del dopoguerra e la sua inesauribile ricchezza di energie e competenze e passioni.

Borgna stesso infatti rileva che la vita di Giorgio Agosti “è il paradigma di tutto quello che le istituzioni repubblicane e la pubblica amministrazione avrebbero potuto essere.